Genova, 4 Novembre 2020

Decine di migliaia di euro di investimenti per garantire salute e sicurezza, adeguando tutta la struttura ai più rigidi protocolli in essere per contrastare la pandemia da coronavirus. Presenze ridotte e accessi solo attraverso una prenotazione telematica. Applicazione stringente di tutte le norme in vigore, tant’è che la recente ispezione dei Carabinieri del NAS (Nucleo Anti Sofisticazione) non ha evidenziato alcun problema, come del resto accaduto anche nelle altre strutture.

Nonostante questo, le piscine oggi sono di nuovo chiuse. E le Piscine di Albaro non riapriranno neanche per l’attività agonistica federale. “In questo contesto normativo poco chiaro non possiamo non considerare le responsabilità penali e sociali – spiega Luca Baldini, direttore del centro natatorio genovese – Il primo lockdown ci è costato il 40% del fatturato. Malgrado questo, abbiamo riaperto appena è stato possibile, spendendo decine di migliaia di euro, per rispetto della collettività, dei nostri clienti e frequentatori, degli atleti e dei nostri dipendenti e collaboratori. In Italia non esiste un impianto storico delle dimensioni delle Piscine di Albaro, che sia gestito in forma privata senza contributi pubblici. Fino ad oggi, dalla riapertura del 2008, ci siamo riusciti con margini risicati e rischi enormi. Abbiamo fornito un servizio di eccellenza alla città e dato lavoro a tante persone che fanno parte di una grande famiglia che non possiamo permetterci di abbandonare”.

Eppure, già il primo lockdown aveva avuto effetti devastanti. Piscine di Albaro paga elevati canoni di locazione ad un soggetto privato, effettua costanti manutenzioni ordinarie e straordinarie ad un impianto di proprietà del Comune per mantenerlo in servizio ad alti livelli. “Facciamo tutto questo con le nostre forze – prosegue Baldini – senza ricevere alcun contributo pubblico o sovvenzione. Ospitiamo volentieri e a prezzi agevolati, e non solo per rispetto della convenzione in essere, le società sportive di nuoto, pallanuoto, tuffi e nuoto sincronizzato, nel rispetto di un piano economico-finanziario che oggi, purtroppo, non ci consente di proseguire in questo modo. Auspichiamo che le istituzioni si convincano che lo sport, anche quello agonistico, debba essere sostenuto economicamente dal pubblico affinché la sua funzione sociale e sanitaria possa essere sfruttata da tutti, in sicurezza, in continuità e impedendo che fare sport diventi una ‘cosa da ricchi’”.

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